LA COMPLESSITÀ DELLA TRANSIZIONE: quando le cause vanno oltre i soliti sospetti
La febbre da latte è nota nei bovini da circa 230 anni e i suoi segni clinici non sono cambiati da quando furono descritti dai veterinari a metà del XIX secolo, già a fine ‘800 si era capito che l’animale nel postparto era più sensibile alle malattie e negli anni ’30 del secolo scorso si cominciò a identificare l’ipocalcemia come una causa importante.
Le settimane successive al parto rappresentano una fase critica per le vacche da latte, caratterizzata da un’elevata vulnerabilità sanitaria e, nei casi più gravi, dal rischio di esclusione dal ciclo produttivo.

Tradizionalmente si tende ad attribuire la maggior parte dei problemi post-parto a disturbi metabolici specifici come ipocalcemia e chetosi.
Cascata “patologica” del postparto nel concetto classico.

Se fosse così vero che le cause di tutti i problemi sono ipocalcemia e chetosi, non si spiega perché spesso in presenza di ognuna di queste patologie la produzione di latte è più elevata.
In realtà i disordini metabolici, immunitari e riproduttivi che osserviamo in questa fase derivano da una rete di fattori interconnessi:

Infiammazione e stress ossidativo
– Il danno tissutale associato al parto e alla successiva involuzione uterina, così come infezioni come metrite e mastite, provocano l’attivazione dei leucociti e il rilascio di citochine infiammatorie ed eicosanoidi.

• la fase di messa in asciutta, che comporta l’interruzione della mungitura e l’inizio dell’involuzione della ghiandola mammaria;
• l’ultimo mese di gestazione, caratterizzato da un’accelerata crescita fetale;
• il parto, che segna la riattivazione della funzione galattopoietica. A tutto questo vanno aggiunti tutti i cambiamenti della dieta.
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